“La teoria dell’America”

In barba alla reading list di un mese fa, settimana scorsa ho preso in prestito “I cicli della storia americana” di Arthur M. Schlesinger Jr., insieme a “L’arte della diplomazia” di Henry Kissinger. Oggi ho finito di leggere il primo capitolo del libro di Schlesinger, appunto intitolato “La teoria dell’America”.

Innanzitutto, nella prefazione Schlesinger mette in chiaro il perché della sua disamina che è, in fin dei conti, un ripercorrere la storia americana. Le ultime generazioni umane sono state testimoni di notevoli shock tecnologici, più importanti di quelli vissuti da tutte le generazioni precedenti messe assieme, e tutto questo a un passo sempre più incessante. Il mondo cambia radicalmente di generazione in generazione, il presente è difforme dal passato, il futuro dal presente. Ma la storia non scompare:

La scienza e la tecnologia rivoluzionano la nostra vita, ma sono la memoria, la tradizione e il mito a determinare la nostra reazione. […] la storia ha la propria rivincita nell’imprimere all’inconscio collettivo abitudini, valori, aspettative e sogni.

pag. 9

Nel primo capitolo, quindi, egli parte dalla domanda “Cos’è l’America?”, mettendo subito le mani avanti nel dire che non è possibile dare una risposta definitiva (la risposta dipende anche dalla prospettiva: un discendente degli indiani d’America, o un afroamericano, avranno una versione diversa da quella dei WASP). In ogni caso, confronta due “teorie” dell’America, entrambe aventi origine nell’ethos calvinista: una “storia provvidenziale” e una “storia redentrice”. Le caratterizza, rispettivamente, come tradizione e antitradizione, rivelando la propria preferenza – che istintivamente condivido.

Da una parte abbiamo l’idea che tutti i popoli sono egualmente vicini a Dio, nessuno è rivestito di particolari compiti, tutti soggetti allo stesso pericolo di corruzione e vizio. Gli Stati Uniti d’America risultano essere uno sperimento, uno sperimento di autogoverno, di repubblica democratica, che sfida apertamente la storia, la quale addita “la caducità delle repubbliche, la transitorietà della gloria, la mutevolezza delle cose umane”. I Padri Fondatori abbracciano questa concezione quando danno vita alla nuova nazione e ne ideano la Costituzione, e nel farlo consultano ansiosamente gli antichi per evitare gli errori che hanno segnato la fine delle precedenti esperienze repubblicane.

Dall’altra troviamo una concezione messianica, che Schlesinger ascrive all’estraniamento degli Stati Uniti dalla storia. Sono infatti le generazioni successive a quella dei Padri Fondatori che, sentendosi distanti dall’Europa, appartati dalla storia, considerando l’esperimento riuscito, poco a poco abbracciano la teoria secondo cui il popolo americano è quello prescelto. Dio avrebbe tenuto da parte il continente americano perché potesse diventare la nuova Gerusalemme:

il glorioso futuro degli Stati Uniti investiti del compito di portare la luce della religione e della libertà su tutta la terra e di inaugurare il grande giorno del millennio, quando le guerre dovranno cessare e il mondo intero, liberato dalla servitù del peccato, esulterà nella luce del Signore.

pag. 31: parole di Harriet Beecher Stowe.

Schlesinger aderisce alla prima “teoria dell’America” perché “anche noi facciamo parte della fitta trama della storia”. L’America è un esperimento il cui esito rimane incerto. Adagiarsi nell’illusione messianica è pericoloso. Questo non equivale a negare che è proprio la tensione tra queste due visioni il tratto caratteristico degli Stati Uniti, rispecchiato anche dal rapporto tra Dichiarazione d’Indipendenza e Costituzione: la prima indica i fini, la seconda i mezzi. E finisce citando come monito Gatsby, per cui il sogno era così vicino da sembrare a portata di mano, mentre in realtà era già alle sue spalle.


Mi sento già di consigliare questo libro a chi, come me, si interessi di storia e politica e ritenga che “vedere con gli occhi altrui” sia più istruttivo dell’aprire semplicemente un manuale, specialmente se si tratta di un autore con spessore intellettuale e capacità analitica come in questo caso.

Chiudo con due ultime citazioni:

Al pari degli individui, le nazioni che si ritengono completamente innocenti sono insopportabili nei rapporti umani.

pag. 38: parole di Niebuhr

L’americano è un uomo nuovo, che agisce in base a nuovi principi; egli deve pertanto avere nuove idee, e farsi nuove opinioni.

De Crèvecoeur, “Lettere d’un coltivatore americano” (1782), Lettera III

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